Ci sono viaggi che inizi per lavoro e che finiscono per diventare qualcosa di molto più grande.
È quello che mi è successo in Cina, quando sono partito per guidare il team italiano alla terza edizione della Changbaishan International Ice and Snow Sculpture Competition, una competizione internazionale dedicata alle sculture di neve e ghiaccio.
Già il posto sembrava uscito da un film. Changbaishan si trova nel nord-est della Cina, vicino al confine con la Corea del Nord, ai margini della Siberia. Un luogo immenso, fatto di foreste infinite, montagne vulcaniche, laghi ghiacciati e temperature che arrivano tranquillamente a -35 gradi. Un freddo difficile persino per la mia macchina fotografica che ho dovuto isolare con una custodia termica acquistata per l’occasione.
Eppure è proprio lì che ogni anno arrivano artisti da tutto il mondo per trasformare neve e ghiaccio in opere gigantesche. C’erano squadre provenienti da Cina, Stati Uniti, Russia, Giappone, Canada, Corea, Finlandia, Mongolia e tanti altri Paesi. Noi rappresentavamo l’Italia, e la cosa bella è che il nostro gruppo aveva un’anima profondamente del Sud: insieme a me c’era anche lo chef lucano Nicola De Luca ed il fotografo Claudio Neri.
L’idea era semplice ma molto simbolica: portare un pezzo della nostra storia e della nostra identità dall’altra parte del mondo. Così abbiamo scelto di realizzare due opere che raccontassero immediatamente l’Italia: un trullo di Alberobello in neve e il Colosseo in ghiaccio.
Lavorare lì è stata un’esperienza quasi surreale. Le giornate iniziavano prestissimo, completamente immersi nel bianco. Tutto intorno c’erano enormi blocchi di neve e ghiaccio, artisti che scolpivano in silenzio, motoseghe che rompevano il ghiaccio e nuvole di vapore che uscivano dal respiro di tutti. Sembrava un gigantesco laboratorio a cielo aperto nel mezzo del nulla.
Il trullo è stato forse il progetto più emozionante da realizzare. Vedere prendere forma, nella neve, una delle immagini più iconiche della Puglia è stato incredibile. Volevamo che chiunque passasse davanti alla scultura potesse riconoscere immediatamente quel pezzo di Sud Italia. E infatti tantissime persone si fermavano a fotografarlo o a chiederci cosa rappresentasse.

Poi c’era il Colosseo, che invece aveva una forza completamente diversa. È uno dei simboli più conosciuti al mondo e trasformarlo in una scultura di ghiaccio è stata una vera sfida. Il ghiaccio, illuminato durante la notte, dava alle arcate un effetto quasi irreale. Sembrava sospeso nel tempo.

Ed è proprio la notte che Changbaishan diventava magica.
Quando tutte le sculture venivano illuminate, il festival si trasformava in una specie di città fantastica fatta di ghiaccio e luce. Camminare tra quelle opere enormi, nel silenzio della neve, con temperature impossibili e artisti provenienti da ogni parte del mondo, dava la sensazione di essere molto lontani dalla realtà quotidiana.
Ma la cosa che ricordo più di tutto non è nemmeno la competizione. Sono i momenti condivisi: le pause per scaldarsi, le risate nonostante il freddo, la curiosità reciproca tra team di culture completamente diverse. In mezzo a quel gelo assurdo si era creata un’atmosfera incredibilmente umana.
E forse è stata proprio questa la parte più bella del viaggio: capire che anche in un posto così lontano e così estremo, un trullo pugliese e il Colosseo potevano raccontare qualcosa di noi.
Della nostra storia, della nostra creatività e del calore che ci portiamo dietro ovunque andiamo.
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